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Parrocchia di San Simeone Profeta

Festeggiamenti in onore di
San Valerio Martire
nel CCCL della traslazione del corpo dalle catacombe di S.Ciriaca

Il 1656 fu un anno che gli storici alvitani ricordano essenzialmente per due fatti, forse tra loro collegati, che avrebbero segnato per l’avvenire la memoria storica del paese: l’arrivo in Alvito della peste di manzoniana memoria e la traslazione delle spoglie di Colui che sarebbe stato in seguito annoverato nella schiera dei protettori della città,
il santo martire Valerio.

Nei registri dei defunti della parrocchia di San Simeone Profeta, il 28 agosto di quell’anno per la prima volta, viene annotato, come causa di decesso di un giovane sacerdote alvitano di 35 anni, il morbo della peste.
Di lui si sa soltanto che la sepoltura fu effettuata non in San Simeone, come di solito,
ma fuori le mura della città, nella chiesetta di San Sebastiano.
Quello che veramente impressiona è che a quel nome non ne seguiranno altri per un intero anno:
nessun decesso viene più riportato fino al 21 luglio successivo.
Segno che ormai l’unica preoccupazione era quella di soccorrere i malati ed arginare l’espandersi della malattia o, forse più probabilmente, mettersi al sicuro fuori del paese per cercare di fuggire il contagio.
Potrebbe essere stato proprio il timore della peste, che altrove nel Regno di Napoli, ad esempio,
imperversava a spingere gli Alvitani, negli anni precedenti quel 1656,
a cercare un corpo santo da portare tra le loro case come ulteriore protezione verso possibili, temuti scenari di morte.
O forse è solo casuale la quasi coincidenza dei due eventi, e la ricerca dei resti di un martire da portare in paese,
magari iniziata molti anni prima, in tempi non sospetti, fu motivata dal desiderio di dare lustro al ducato di Alvito anche con la presenza, entro le mura della “capitale”, di una reliquia eccellente.
Certo è che gli Alvitani ben presto iniziarono a mostrare verso San Valerio la loro devozione: l’8 giugno 1656 viene battezzato un bambino a cui, ed è la prima volta che accade, viene imposto il nome di Valerio, e il 14 dicembre 1656 Leonardo Del Giudice, nel suo testamento, costituisce una rendita per il culto del nuovo santo.

Purtroppo poco ci è dato sapere di come si sia giunti ad avere quel corpo, e di chi sia stato l’artefice di tale successo. Forse la peste, con il disordine che ne seguì negli archivi pubblici e privati, fu causa della dispersione di gran parte dei documenti che, certamente, accompagnarono i “traffici” posti in essere per procurarsi quel corpo; di certo le vicende che hanno segnato i trecentocinquanta anni di storia, che ci separano da quei fatti, hanno svuotato gli archivi parrocchiali da qualsivoglia documentazione a riguardo.

Attualmente due testimonianze documentali sono conosciute circa l’arrivo del santo in Alvito: l’autentica delle reliquie, datata febbraio 1655, con a margine l’annotazione della ricognizione canonica del giugno dell’anno successivo, e l’atto di donazione di esse all’abate di San Simeone Profeta in Alvito del gennaio 1656.

Le ossa di San Valerio furono cedute dal vescovo Anania, allora vice-gerente del cardinale vicario di Roma, a Daniele Rassenucci di Anghiari, in diocesi di Arezzo, il 18 febbraio del 1655, e nell’atto che dichiarava l’autenticità delle reliquie si leggeva che quel Corpo era stato “precedentemente estratto dalle catacombe di Santa Ciriaca” in Roma.
Un anno dopo, il 4 gennaio, il Rassenucci attesta, dinanzi ad un notaio,
di donare il corpo del santo Martire all’Abate di San Simeone, Francesco Narducci.

Questo è quanto.

Non si conoscono attualmente altri documenti relativi alla traslazione del Corpo.

Da trecentocinquanta anni, comunque, Alvito continua a festeggiare, il martedì dopo Pentecoste, la memoria liturgica del Santo, fissata probabilmente per il giorno anniversario della traslazione ad Alvito delle spoglie.
L’Urna che accolse le ossa del Santo nel 1656 aveva un aspetto diverso dall’attuale.
Si parla di una cassa in legno con quattro finestrelle che permettessero di scorgerne il contenuto.
A noi è giunto il solo nome dell’indoratore: Paolo Lutij. Successivamente fu realizzata quella che, con le modifiche apportate nel 1946, è tuttora esposta alla venerazione dei fedeli.
Il Sacro Deposito, sempre oggetto di venerazione dagli Alvitani, è stato avvertito, fin da subito, quale tesoro prezioso da custodire con cura, appartenente a tutta la società alvitana e non solo alla Chiesa.
Si ha notizia che, ancora nel sec. XIX, l’Urna, posta ora sull’altare maggiore della collegiata e chiusa in un loculo marmoreo, era serrata da tre chiavi, custodite una dall’Abate della chiesa, una dai Procuratori della Cappella del Santo, la terza dai Sindaci della città, quasi a voler significare che nessuno poteva disporre a suo piacimento di quel Corpo, ma che solo l’accordo di tutta la comunità alvitana (clero, cittadini e autorità amministrative) poteva decidere per qualcosa che sentiva patrimonio comune. Veniva mostrata di norma nel giorno della festa, come si continua a fare, ed a quell’ostensione erano legate particolari indulgenze, come si leggerebbe nel decreto di santa visita del Vescovo Guzzoni del 1691 e in una bolla di Clemente XI, del 1706, che concede indulgenza plenaria ai devoti del Santo, visitando la chiesa nel giorno della festa e, confessati e comunicati, pregando secondo le intenzioni del Sommo Pontefice.
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Di particolare solennità, poi, sono le ricorrenze venticinquennali della festa, quando si porta in processione,
per le vie di Alvito, l’Urna con i resti del Martire.
Quest’anno si ripeterà, ancora una volta, il tradizionale passaggio delle Sacre Spoglie tra i vicoli della città, quasi a rinnovare quell’affidamento che, centinaia di anni or sono, fu fatto della città, delle sue case,
dei suoi abitanti alla amorevole protezione del Santo.

Per la ricorrenza il Consiglio Pastorale ed il Comitato festeggiamenti hanno approntato un ricco programma di celebrazioni e momenti di festa da condividere con quanti vorranno unirsi ad essi, ed agli alvitani tutti, nel ricordo di quel giorno di tanti anni fa che segnò una data indelebile nella quasi millenaria storia di Alvito.

 

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